Di Marco Albertini

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Curioso nome per una montagna.

Foto di Felicita Russo

E’ la domenica mattina del 30 maggio 2010 e, con Felicita al mio fianco, sto guidando per raggiungere il rifugio del Cavone e l’omonimo laghetto, punto di partenza per questo di fine maggio.
Sono ancora un po’ assonnato e impigrito, nonostante la temperatura frizzantina, e rivolgo spesso lo sguardo in alto per intuire che tempo (meteorologico) ci avrebbe accompagnato durante la camminata; il cielo è velato da cirri fumosi e irregolari che lasciano intravedere solo qualche parziale chiazza di azzurro, la luce del sole filtra debole e opaca attraverso i faggi e gli abeti ai margini della strada.
Attraversiamo le piccole e suggestive borgate di Torlaino, Ca’ di Berna, Madonna dell’Acero per arrivare al laghetto del Cavone in perfetto orario, anzi proprio in contemporanea con Nicola Sitta, il botanico del Parco del Corno alle Scale, che ci avrebbe fatto da guida nell’escursione.
Noto inoltre con piacere che i “trekkers-fotografi” sono già pronti per partire e scalpitano nervosi..Sonia, Daniele e la loro cagnolina Sheela, Adriano, Sergio…mancano solo Massimiliano e sua moglie Cluaudia, in leggero ritardo, che ci raggiungeranno lungo il sentiero.


Dovendo però ancora fare colazione, ci dirigiamo verso il bar del rifugio, eccoci quindi al bancone a pianificare il percorso: Nicola ci presenta l’itinerario che prevede la partenza dalla località “Le Polle” (dove ci sono i primi impianti sciistici) per poi proseguire fino al Passo dello Strofinatoio dove, in base al tempo e alle nostre condizioni fisiche, si potrà scegliere se andare a ovest al Lago Scaffaiolo oppure a nord sulla vetta del Corno. Per il momento l’unica cosa certa è che dobbiamo pagare il caffè e metterci in marcia, visto che tra saluti e chiacchiere sono già arrivate le 10!
Saliamo di nuovo in macchina per raggiungere le piste da sci, nella bassa Val di Gorgo, dove, parcheggiate le auto,ci immettiamo subito nel sentiero sterrato CAI n°329 che risale verso nord attraversando le ultime zone boscose prima delle praterie d’alta quota; a Nicola bastano pochi passi e una manciata di minuti per constatare come, in questa zona dell’Appennino, le fioriture siano in ritardo, non tanto per l’inverno appena trascorso (non particolarmente rigido) ma per una primavera piovosa e con scarsa insolazione; infatti gli alberi di faggio hanno le piccole foglioline d’un verde molto chiaro, segno che sono nate da pochi giorni, inoltre molte piante ed arbusti devono ancora fiorire del tutto.

Genziana - Foto di Sergio Monti

Nonostante ciò, nella prima parte del percorso, soprattutto una volta oltrepassato il limite degli alberi, siamo stati catturati dalle fioriture della genziana di Koch (Gentiana kochiana), la cui colorazione blu intenso le permette di essere protetta dalla radiazione ultravioletta, particolarmente forte in quota; è una pianta protetta di tipo perenne che cresce su terreni alpini acidi o radure boschive.

Foto di Sergio Monti

La viola con sperone (Viola calcarata) è invece una piccola pianta erbacea con foglie minute, con fusto piccolo portante un solo fiore di 5 petali, con sperone molto evidente; il colore dei fiori, solitamente violetto, può variare dal viola al giallo (nel nostro caso) ed al bianco; il suo habitat preferito è costituito da zone rocciose e pascoli sassosi di montagna, fino oltre il limite della vegetazione arborea.

Entrambe queste piante crescono al livello del suolo, sono quindi “scomode” da fotografare, come tutti hanno avuto modo di sperimentare, dovendosi sedere o addirittura sdraiarsi per terra!
Proseguendo la salita, giungiamo in corrispondenza di un ponte in sasso, dove, tenendo la sinistra, ci immettiamo nel sentiero CAI n°329A che sale verso il Passo dello Strofinatoio, con lo sguardo che si perde in lontananza verso ovest lungo il crinale appenninico fino al Monte Cimone, ancora in buona parte coperto di neve, mentre dalla Toscana appaiono nuvoloni minacciosi portati da un forte vento, che spaventano non poco tutti noi, facendoci temere un imminente e violento temporale, evento non raro in questa zona di crinale, ma fortunatamente (almeno per ora..), le nuvole si dissolvono e si smembrano una volta oltrepassato il crinale, tant’è che a momenti alterni compare anche il sole a scaldarci un po’.

In una pausa per riprendere fiato e bere un sorso d’acqua, Nicola ci mostra come tutt’intorno a noi siano presenti vasti vaccinieti, ossia brughiere di mirtillo nero (Vaccinium myrtillus, dalle bacche bluastre, dolci ottimo per realizzare marmellate e liquori) e falso mirtillo o mirtillo blu (Vaccinium gaultherioides, con bacca farinosa e insipida più voluminosa di quella del mirtillo nero), i quali rappresentano la vegetazione caratteristica oltre il limite degli alberi sulle Alpi e nella porzione settentrionale dell’Appennino; alla base degli arbusti di mirtillo il terreno è spesso rivestito da estesi tappeti di licheni.

Crochi - Foto di Marco Albertini

Sempre attorno a noi possiamo notare le belle fioriture violacee dei crochi (Crocus vernus o Zafferano maggiore), piante erbacee perenni dalla tipica infiorescenza a forma di coppa e noti per la loro precoce fioritura primaverile; sono infatti una delle prime specie di piante a fiorire (come i bucaneve o le primule) a inizio primavera o addirittura al termine dell’inverno, appena la neve si scioglie, infatti le fioriture che vediamo sono proprio in prossimità degli ultimi accumuli di neve presenti nella zona.
Abbiamo iniziato l’escursione da poco, ma quante informazioni e curiosità abbiamo già imparato!!
Riprendiamo il cammino, quindi, per arrivare tra chiacchiere e foto, al Rifugio del Sasseto, dove decidiamo di sostare e sederci chi sulle panchine, chi per terra e chi in piedi per lo spuntino di metà mattinata, approfittando anche della vicinanza di una fonte da cui sgorga acqua purissima e…gelida!!
Mentre a turno ci dissetiamo e facciamo il pieno alle nostre borracce, Nicola ci invita a portare l’attenzione sul pianoro sottostante, denominato “Le Malghe” o “Buca del Vado”, dove sorgono alcuni edifici ancora oggi utilizzati per il pascolo estivo d’alpeggio di greggi di pecore; tale area è formata da materiali detritici depositati da una lingua glaciale che durante il Wurm, l’ultimo periodo glaciale del Quaternario (tra 70000 e 10000 anni fa), scendeva dai ghiacciai di circo (sul crinale) fino a queste quote; infatti lungo la parte sommitale della testata valliva del torrente Dardagna, che si origina proprio in questa area, si possono osservare chiaramente ampi e poco profondi catini modellati dai ghiacciai durante l’ultima glaciazione.
Quanto era diverso migliaia e migliaia di anni fa il paesaggio che ora abbiamo davanti a noi….
Con queste considerazioni e pensieri riprendiamo la marcia per affrontare l’ultimo tratto di salita fino al passo dello Strofinatoio, con un vento sempre più inteso e sgarbato, che ci costringe ad indossare giacca a vento, guanti e cuffia una volta arrivati all’impervio valico a quota 1847 m, che, aprendosi tra le balze rocciose del versante meridionale del Corno alle Scale, è stato uno dei passaggi per chi, nei secoli scorsi, risaliva la valle del Dardagna per scendere in Toscana senza penetrare in territorio modenese. Dal passo infatti si domina, sul versante toscano, l’aspra testata di valle del torrente Verdiana, mentre verso nord si può apprezzare chiaramente quella del Dardagna; numerosi solchi scendono dalle pendici ondulate del Corno e del Cupolino e si raccolgono a formare il primo tratto del torrente Dardagna, al quale si unisce più in basso il ramo che scende dal Monte Spigolino.

Foto di Sonia Colognesi

A queste quote possiamo apprezzare la delicata fioritura bianca della pulsatilla alpina (Pulsatilla alpina subsp. alpina), pianta erbacea perenne che predilige crescere in pascoli anche sassosi, nei boschi radi di larice e persino su substrato roccioso, da 1200 a 2500 m di altitudine.
Le condizioni meteo non permettono purtroppo di proseguire lungo il crinale a causa dell’eccessivo vento e del rischio di pioggia, per cui Nicola decide di ritornare indietro fino al ponte in sasso per poi svoltare a destra e raggiungere il Rifugio Le Rocce, dove potremmo consumare il pranzo.
Nella discesa passiamo di nuovo presso il Rifugio del Sasseto, mentre nuvole dalle forme più strane sfrecciano veloci sopra le nostre teste, coprendo e nascondendo il sole; ammiriamo ancora genziane, viole con sperone e tantissimi crochi (di cui alcuni albini, in prossimità di un laghetto artificiale vicino a “Le Malghe”) e in meno di una mezz’oretta abbiamo raggiunto il ponte in sasso, presso il quale svoltiamo a destra seguendo i segnali biancorossi del sentiero CAI n°335A che ci permette di arrivare velocemente e agevolmente al Rifugio Le Rocce, rinfrancati da un bel sole che sembra voglia finalmente  finire di giocare a nascondino con le nuvole.
A questo punto tutti siamo d’accordo nel consumare il nostro pranzo, sedendoci vicino al rifugio che ci ripara dal vento che ancora soffia forte; in questo momento di convivialità possiamo osservare con attenzione il panorama attorno a noi..la croce del Corno a Punta Sofia sulla destra, il monte La Nuda davanti, il Cimone lontano sulla sinistra e sopra le nostre teste ancora nuvole e chiazze d’azzurro..magari si potesse pranzare sempre con una tavola così apparecchiata!!

Alpe di Rocca Corneta - Foto di Marco Albertini

Di fronte ai nostri occhi si estende l’Alpe di Rocca Corneta, che occupa il versante occidentale del Corno alle Scale e in cui sono presenti brughiere a mirtillo alternate a bassi fusti di ginepro nano; l’estensione di queste brughiere è stata in parte condizionata dal pascolo secolare e in seguito dagli odierni tracciati sciistici. Tra i vaccinieti si aprono ampi lembi di prateria dove risaltano (in tarda estate) le rosette spinose di carlina bianca e dove si possono vedere volare gli uccelli tipici di questi habitat come il culbianco, il sordone, lo spioncello e il codirosso spazzacamino.
Dopo aver riempito lo stomaco (e alleggerito lo zaino!!) siamo pronti per ritornare a valle, non prima però di aver scattato una (classica) foto di gruppo!
Ci incamminiamo quindi verso il Passo della Porticciola, valico così chiamato (forse) per lo stretto passaggio tra due aspri affioramenti rocciosi, dove troviamo ancora una notevole quantità di neve (siamo a 1676 m di quota), che non ci impedisce di proseguire ma che comunque obbliga tutti noi ad alzare la soglia di attenzione per non scivolare e cadere rovinosamente a terra!
In questa zona crescono bassi faggi, salici e sorbi degli uccellatori, sui massi spiccano variopinti licheni mentre nei ripiani erbosi fioriscono genziane ed anemoni; a lato del sentiero notiamo diffuse macchie di viola con sperone, mentre purtroppo non riusciamo ad avvistare la sassifraga alpina, che possiamo solo immaginare ascoltandone la descrizione di Nicola.

Foto di Massimiliano Mattioli

A causa di questo tratto più difficoltoso il gruppo si sfalda e si allunga, ci troviamo distanziati gli uni dagli altri ma in questo modo possiamo apprezzare maggiormente lo splendido scenario che si palesa davanti ai nostri occhi quando entriamo nell’ampia conca glaciale nota come “La Valle dei Silenzi”, ampio circo con estesi affioramenti arenacei stratificati orizzontalmente che rappresenta la più chiara morfologia glaciale del Parco: alla base dell’anfiteatro l’accumulo di massi caduti dalle pareti soprastanti ha formato tipiche falde di detrito che rivestono con continuità il piede del versante.

Foto di Massimiliano Mattioli

I quattro canaloni principali (prodotti dall’erosione idrica) che scendono dal versante nord-occidentale del Corno sono ancora ingombri di neve, mentre proprio sotto i nostri piedi ha origine il Rio Piano, che sgorga tutto l’anno da una sorgente sotto un grande masso e che, prima di gettarsi nel torrente Dardagna immediatamente a valle delle famose cascate, si raccoglie nell’invaso artificiale a formare il laghetto del Cavone.

Calta palustre - Foto di Marco Albertini

Ai lati del ruscello sono chiaramente visibili le fioriture di giallo intenso della calta palustre (Caltha palustris), piccola pianta acquatica perenne alta fino a 50 centimetri, glabra, che cresce quasi sempre su sponde e alvei dei ruscelli o zone acquitrinose (stagni), ma anche luoghi erbosi e/o molto umidi.

Fior di stecco - Foto di Marco Albertini

Ci colpisce inoltre un’altra pianta molto particolare, il fior di stecco (Daphne mezereum), arbusto perenne di tipo cespuglioso alto fino a 70 cm, poco ramificato, caratterizzato dalla vistosa fioritura primaverile sul fusto nudo su cui sono disposti i fiori, assai profumati, che compaiono prima delle foglie.  Predilige terreni calcarei, boschi, pascoli, prati sassosi; è una pianta protetta e oltretutto velenosa, in modo particolare le bacche rosse, che tuttavia sono mangiate da alcuni uccelli (come i tordi) che evidentemente sono immuni dal veleno, in questo modo disperdono i semi della pianta con i loro escrementi, facilitandone la diffusione.

Foto di Felicita Russo

A questo punto la maggioranza del gruppo, guidata da Nicola, riparte per raggiungere il vicino Rifugio Cavone seguendo il sentiero CAI n°335, mentre Sonia, Daniele, Felicita ed io ci prendiamo del tempo per rilassarci; approfittando della temperatura mite e della buona luce per scattare foto ai fiori constatiamo come il nome di questa valle sia totalmente appropriato: escludendo il suono delle nostre voci e quello degli aerei in transito sopra le nostre teste, sentiamo solo il rumore dei nostri respiri!!

Foto di Sonia Colognesi

Non avendo vincoli di tempo che ci obbligano a tornare entro un certo orario, ci fermiamo per una mezz’ora abbondante, passata la quale decidiamo, seppur a malincuore, di raggiungere gli altri al rifugio, anche perché la stanchezza inizia a farsi sentire; così abbandoniamo la vallata e ci immergiamo nella splendida faggeta che, costeggiando il rio, ci porta a valle senza difficoltà, con la luce del sole che filtra nel sottobosco attraverso le neonate foglioline verdi chiaro.
Raggiunto il laghetto e il rifugio, vediamo i nostri compagni che beatamente si rilassano al sole, chi su sdrai e chi per terra e ovviamente decidiamo anche noi di…seguire il loro esempio, non prima però di aver gustato un’ottima panna cotta con mirtilli!!
Non avrebbe potuto esserci conclusione migliore per questo trekking di fine maggio dove abbiamo visto – è vero – poche fioriture, ma dove compagnia, allegria e natura ci hanno regalato emozioni, sensazioni e ricordi piacevoli ed indimenticabili!!