di Fabio Capello (foto di Anna Ballestri, Maria Perrone, Marco Albertini, Simone Bergonzoni, Antonio Iannibelli)

Ricordo che parlai ad Antonio esattamente un anno fa, durante un’ al Lago Santo, dell’oasi faunistica dell’. Allora avevo appena terminato il corso base e quando vidi le sue fotografie e capii la sua enorme passione per la fotografia naturalistica, mi venne subito l’idea di proporre un’ nella riserva friulana, visto che la conosco molto bene vivendo a  pochi passi da li, finalmente grazie alla concomitanza di un evento fotografico di rilievo programmiamo un fine settimana in Friuli Venezia Giulia per una full immersion di natura e fotografia.

Il ritrovo e’ sabato 17 aprile al mattino a , antico paese di pescatori di circa 2000 abitanti in provincia di Udine che insieme a Grado è la laguna posta più a settentrione di tutto il mar Mediterraneo . Dal ‘400 fino al ‘700 la Repubblica di Venezia governò sulla laguna e contribuì notevolmente allo sviluppo architettonico e culturale di Marano, in questo luogo oggi viene parlato un curioso dialetto veneto di tipo arcaico (come indicato nella segnaletica stradale all’ingresso del paese) che risente molto dell’influenza della vicina Grado. Oggi è un attivo porto peschereccio, ma la bellezza del contesto ambientale e la costituzione di due riserve naturali nelle immediate vicinanze del paese hanno dato l’avvio, negli ultimi anni, a un flusso turistico in costante ascesa, inoltre i canali di questa laguna sono per la maggior parte naturali.

Da un paio di anni a questa parte la rivista organizza qui un fine settimana di mostre fotografiche, presentazioni con gli autori, filmati e altre iniziative riguardanti la natura e i suoi aspetti. E’ un appuntamento internazionale che vede riuniti i migliori fotografi, documentaristi ed esperti del settore, e il pubblico di appassionati ogni anno non manca di accorrere numeroso a questo importante evento. Radunata la truppa composta da Antonio e Maria, Aurelio e Rossella, Simone e Anna, Felicita, Marco ed io ,ci dirigiamo passando dal centro storico con le sue tipiche calli, verso il teatro dove ospita il primo appuntamento della giornata, la proiezione di un film naturalistico “Micromater” vincitore del 14° film festival Stambecco d’oro.

Usciti proseguiamo verso il porto, dove nel bellissimo edificio ristutturato della vecchia pescheria c’e’ l’esposizione delle opere premiate del concorso fotografico. Appena entrati rimaniamo un po’ tutti con la bocca aperta, capiamo subito il livello altissimo raggiunto da questi fotografi e qualcuno (me compreso) si lascia un po’ prendere dallo sconforto, tanto che mi viene da esclamare “vendo tutta la mia attrezzatura su e-bay oggi stesso!”. Dopo lo stupore iniziale e battute varie facciamo una seria riflessione su quanto studio, dedizione e sacrificio richieda questa disciplina, pensare di raggiungere questi livelli senza l’applicazione di quanto detto prima e’ impensabile, e la corsa all’ultimo ritovato tecnologico o al fotoritocco non basta sicuramente. Io e Marco ci soffermiamo davanti alla nostra sezione preferita cioe’ il paesaggio, commentiamo insieme le foto e anche se non esplicitamente esprimiamo che quello che abbiamo davanti e’ il risultato che stiamo inseguendo. Anche con gli altri ci scambiamo opinioni sugli scatti, esprimiamo critiche personali, votiamo la nostra preferita, anche con pareri e gusti diversi prevale un senso di grande ammirazione per tutti i lavori presentati.

E’ giunta l’ora del pranzo, abbiamo deciso di fermarci all’interno della riserva naturale dove in una riproduzione di un tipico casone consumiamo il nostro pasto, naturalmente a base di pesce, usciti avremmo un altro evento da seguire a teatro, ma vista la giornata stupenda e la bellezza della laguna decidiamo di rimanere all’aria aperta per scoprirla meglio e cominciare a scattare qualche foto, sara’ un anticipazione di quanto ci aspetta il giorno seguente.

Volpoca, Tadorna tadorna

Nella laguna osserviamo gli animali negli stagni naturali, molte oche hanno al seguito la prole che disciplinatamente seguono il genitore, entrati in una struttura di osservazione posta piu’ in alto riusciamo a osservare per intero tutta l’area scorgendo vari esemplari di fauna avicola selvatica e migratoria tra cui un fenicottero solitario, troppo distante per essere fotografato ma ben visibile con i nostri binocoli. Il tempo passa e decidiamo di partire per l’Isola della Cona dove dobbiamo arrivare entro il pomeriggio, percorriamo le strade provinciali per dare un occhiata al paesaggio della bassa friulana, i campi di colza sono fioriti e colorano di giallo intenso la campagna, i pioppi con le loro fronde al vento in un cielo limpido e sereno incorniciano lo splendido quadro primaverile che ci passa accanto.

Attraversiamo l’abitato di Aquileia, uno dei principali siti romani della nostra penisola, la cittadina infatti raggiunse il suo apice sotto il dominio di Cesare Augusto (27 a.C. – 14 d.C.) divenendo capitale della X Regio “Venetia et Histria” ed accelerando quel processo che ne avrebbe fatto una delle più importanti metropoli dell’Impero Romano. Alla nostra sinistra e’ ben visibile uno dei siti principali ben conservati con le colonne ancora erette, poco piu’ avanti tra i tetti delle case si erige l’imponente campanile della basilica, circa 70 metri, consacrata nell’anno mille e costruita sui ruderi di un edificio del IV secolo dedicato al culto cristiano, distrutto piu’ volte sia da parte di invasori, gli unni di Attila, che da eventi naturali come terremoti, fortunatamente la parte piu’ preziosa ovvero gli splendidi mosaici del pavimento e’ ancora ben conservata. Usciamo e percorriamo la statale che in poci chilometri ci riporta sul mare, entriamo nella laguna di Grado e siamo in provincia di Gorizia, la lingua di strada che separa l’isola dalla terraferma taglia la laguna in due, il panorama ci offre la possibilita’ di osservare l’intrico di canali e di valli tra cui spuntano le varie isole, dette “mote” in gradese, con i casoni dei pescatori che sono il simbolo dell’isola del sole, testimonianza delle attivita’ dell’uomo prima dell’avvento del turismo di massa. Anche qui si parla un dialetto di origine veneta, il gradesano appunto, singolare il fatto che si parli solo nelle due cittadine che abbiamo visitato e in nessun’altro luogo della regione. Ritorniati sulla terraferma ci dirigiamo verso l’isola della Cona, ancora un quarto d’ora di macchina e siamo a destinazione, dalla statale che porta a Monfalcone giriamo verso la campagna, costeggiando il canale Brancolo seguiamo le indicazioni e siamo subito fuori dai centri abitati in aperta campagna, oltrepassiamo l’argine del fiume Isonzo e costeggiando il fiume raggiungamo la nostra destinazione.

E’ tardo pomeriggio e il personale ci sta aspettando per darci il benvenuto e assegnarci l’alloggio, pochi minuti per appoggiare i nostri bagagli e siamo pronti per approfittare delle ultime luci della giornata per fare un piccolo giro di orientamento all’interno della riserva.

Dal centro visite ci incamminiamo verso l’osservatorio della Marinetta soffermandoci nei vari punti schermati lungo il cammino per le prime osservazioni e i primi scatti, qui a differenza di altri siti simili alla Cona, si puo’ camminare senza disturbare la fauna all’interno della laguna in quanto i sentieri sono schermati da barriere naturali o di legno in modo che i visitatori rimangano invisibili agli animali per non alterare l’equilibrio e le abitudini nell’ambiente selvatico. Arriviamo all’osservatorio della Marinetta, punto strategico posto esattamente a meta’ della riserva in mezzo alle due principali lagune dove sostano gli animali, dalla postazione privilegiata posta al piano superiore possiamo godere di una vista a 360 gradi sulla riserva e sull’intero golfo di Trieste e le coste istriane poste in territorio sloveno, da cui ci rendiamo conto della posizione strategica dell’oasi in mezzo al golfo e prorio per questo motivo, unito all’eccellente stato di conservazione e tutela del parco, sostino e transitino molteplici specie (in un anno sono state censite circa trecento) che nel mese di novembre per esempio possono arrivare a circa 50.000 unita’. Volge la sera, e la luce calda del tramonto e’ l’ideale per cominciare il nostro “lavoro” con le nostre fotocamere, naturalmente questo e’ solo (vista l’ora) un antipasto del nostro programma per il giorno seguente, poco dopo ritorniamo verso il ristorante dove gli inservienti ci hanno pazientemente aspettato per servirci la cena. Il ristorante e’ posto in prossimita’ dello stagno principale e le vetrate lungo tutto il perimetro ci permettono anche durante i pasti di osservare gli animali nello loro attivita’, un cigno che cova le sue uova, dei piccoli di nutria che nuotano, le oche che fanno inutilmente un gran baccano e gli eleganti cavalli camargue che si radunano per la notte. Naturalmente in pochi riescono a dedicarsi alla cena in santa pace senza di colpo balzare in piedi con la macchina al collo per catturare qualcosa di interessante, purtroppo lo spettaccolo ai nostri occhi ci distrae e ci impedisce di stare composti a tavola come mamma ci raccomandava!

Chiurlo piccolo, Numenius phaeopus

Approfittiamo delle ultime luci del giorno per fare una passeggiata a scopo digestivo lungo la sponda destra del fiume isonzo che giunto alla sua fine naturale sul mare Adriatico, scorre tranquillo in mezzo ai boschi e alla campagna, molti che non l’avevano mai visto si stupiscono del suo colore verde smeraldo, do con soddisfazione ai miei compagni la notizia che l’Isonzo, grazie alle politiche congiunte di tutela da parte degli enti sloveni e italiani, e’ uno dei fiumi piu’ puliti del nostro territorio nazionale, qui si puo’ trovare anche il temolo pesce quasi scomparso dagli altri fiumi italiani causa l’inquinamento delle acque. Facciamo ritorno al nostro alloggio dove preparo una tisana ristoratrice mentre collaudiamo i divani della sala a nostra disposizione, ho portato anche la gubana, tipico dolce friulano, tutti sembrano rifiutare l’invito ad un assaggio causa stomaco pieno ma una volta aperta, non si sa come, ma sparisce in un baleno!  Ora tutti a nanna, domani sveglia alle 5.30 per le foto all’alba, le previsioni meteo per l’indomani non sono incoraggianti, speriamo bene.

Domenica 18 aprile: previsioni purtroppo rispettate, pioggia battente e vento di bora, temperature decisamente autunnali, condizioni ideali per rimanere a letto a poltrire, ma vestiti con indumenti pesanti e giacche impermeabili usciamo comunque con la speranza che il tempo migliori. E’ ancora buio quando ci dirigiamo verso l’osservatorio posto sopra il ristorante, siamo al chiuso e al riparo dalle intemperie e dunque cominciamo le osservazioni, assistiamo abbastanza contrariati agli attacchi di uno stormo di gabbiani reali verso dei piccoli d’oca selvatica purtroppo andati a buon fine, Antonio spiega la vera natura dell’uccello che pare cosi’ docile e innocente con la sua candida livrea bianca ma che in realta’ non lo e’ per niente. Il maltempo non molla, ritorniamo a riposare prima di effettuare l’escursione programmata piu’ tardi.

Alle 9 il tempo e’ ancora brutto ma la pioggia ha quasi smesso, la nostra guida Matteo De Luca (scelto sulla base della nostra natura di fotografi naturalistici. Anche lui fotografa e quindi capirà le nostre esigenze.) ci sta’ aspettando per spiegarci gli ambienti naturali, la fauna e le attivita’ svolte nella riserva. La superficie attuale della intera Riserva Naturale dell’Isonzo occupa una vasta zona circostante la foce dell’Isonzo, nonché la parte terminale del fiume, per una superficie complessiva di circa 2.400 ettari. Gli interventi realizzati in questi ultimi anni hanno avuto lo scopo di riportare la zona,  e in particolare quella dell’Isola della Cona, ad una situazione precedente a quella dello sfruttamento agrario dell’uomo utilizzando opere di arginatura preesistenti, a questo scopo vaste zone sono state riallagate con acqua piovana o artesiana (cioè proveniente dal sottosuolo). In questo modo si sono venute a creare nuove distese di canneto, uno specchio lacustre poco profondo, praterie umide e aree palustri: tutto ciò all’interno della cosiddetta “area del Ripristino”, un sito che si estende su una superficie di circa 50 ettari. All’interno di questa zona di recupero naturalistico si è provveduto inoltre alla creazione di una serie di isolotti fangosi e di uno in ghiaia finalizzati alla sosta e alla nidificazione di uccelli acquatici. Questa particolare zona del mare Adriatico, soprattutto in seguito agli interventi di tutela descritti, è divenuto un preciso punto di riferimento per molti uccelli, non solo acquatici, e per molte altre specie di animali.  L’isola della Cona è un sito dunque frequentato contemporaneamente dalla fauna selvatica e dall’uomo. Da un lato si è cercato di concentrare gli animali di diverse specie attirandoli attraverso la creazione di habitat fra diversi tra loro e dall’altro fornendo una grande opportunità e alcune comodità alle persone che desiderano avere un contatto ravvicinato con la natura.

Quest’area oggi rappresenta quindi un autentico paradiso per il semplice visitatore, un ambiente naturale che paradossalmente nasce per mano dell’uomo, il quale ha ribaltato una logica di sfruttamento del territorio per fini consumistici, restituendolo alla sua condizione originaria. Quando Matteo ci indica con la mano un piccolo bosco al di la del fiume dicendo che e’ tutto cio’ che resta della foresta planiziale padana originale, ci rendiamo immediatamente conto di come l’uomo abbia modificato il territorio nel corso del tempo. Dopo l’esaustiva introduzione ci incamminiamo e quasi miracolosamente smette di piovere, a fianco del sentiero principale ci soffermiamo accanto a dei piccoli stagni per osservare gli abitanti di questo habitat palustre ma visto la temperatura ancora un po’ freddina e la mancanza del sole fanno si che tutti gli anfibi rimangano sott’acqua, ci riproveremo nel pomeriggio. Proseguiamo il cammino sostando nei vari punti di osservazione, gli animali sono abbastanza vicini per essere fotografati, chi e’ provvisto di binocolo riesce ad osservarli nei loro particolari. L’ambiente che stiamo visitando e’ quello adiacente al centro visite ed e’ l’unico facilmente raggiungibile a piedi anche dai numerosi turisti della domenica, poco educati ai comportamenti consoni per questi luoghi e quindi inconsapevoli disturbatori, per questo motivo gli animali presenti sono per la maggior parte anatidi meno sensibili alla presenza dell’uomo come il germano reale, il fischione, l’oca grigia e la marzaiola, c’e’ una discreta colonia di cigni reali i cui decolli e atterraggi sono udibili a distanza, numerosi anche gli esemplari di cavalieri d’Italia, piro piro, corrieri e di combattenti senza dimenticare i bellissimi cavalli Camargue. 

Oca selvatica, Anser anser

I Camargue sono una razza di cavalli particolarmente adatta a vivere nelle zone umide, in parte anche salmastre, i piccoli nascono con il mantello scuro che (verso i 3-4 anni) diventando chiaro permette di sopportare meglio i raggi cocenti del sole in quanto tende a scaldarsi meno di quello scuro. Questi cavalli sono dotati di zoccoli larghi e di arti relativamente brevi e pertanto si muovono con facilità nel fango molle e nell’acqua. Nell’Isola della Cona vivono due gruppi di cavalli Camargue: uno è stato addestrato per essere utilizzato nelle visite guidate, nella vigilanza e nei lavori di manutenzione e l’altro è lasciato allo stato brado più o meno libero di muoversi a suo piacimento ad eccezione delle aree nelle quali vi sono canneti e boschi in fase di sviluppo. Anche se la loro dentatura non è particolarmente adatta, i cavalli scortecciano alberi giovani e rami, pur essendo il pascolo abbondante; si rende pertanto necessario isolare e proteggere quell’area mediante una recinzione di altezza adeguata. Quest’ultimi sono stati introdotti, oltre che per le attivita’ equestri per i visitatori, per regolare il manto erboso come veri e propri giardinieri nei due ambienti principali, e a questo scopo sono stati divisi in un numero di esemplari ben preciso in base alla superficie dei due siti.

Giovani nutrie

Torniamo all’osservatorio della marinetta, punto privilegiato posto in posizione centrale da dove si puo’ godere una vista a 360°, al piano inferiore grazie ai vetri trasparenti posti sotto il livello dell’acqua scrutiamo i fondali ed i suoi abitanti come rane ed anfibi vari, le ninfee purtroppo non si sono ancora schiuse. Nello spazio che abbiamo di fronte verso il mare osserviamo diversi gruppi di uccelli come gli aironi e le garzette, quest’ultime molto numerose, e la nitticora. Vediamo anche qualche avocetta che con il suo passo ritmato picchia con il suo becco lungo rivolto all’insu’ il morbido terreno in cerca di insetti e piccoli animaletti, anche il corriere piccolo sembra indaffaratatissimo nella ricerca di cibo. Attraversiamo l’argine e ci addentriamo in un boschetto che ci porta direttamente nel cuore della riserva. La posizione particolare, in mezzo tra il fiume e la laguna salata, fa si che ci siano diversi ambienti disposti a mosaico, influenzati dalle piene del fiume e dalle mareggiate nonche’ dalle condizioni meteorologiche troviamo ambienti di acqua dolce, salmastra e salata. C’e’ molto fango in terra, meno male che abbiamo tutti calzature adatte per proseguire il cammino che in diversi periodi dell’anno non e’ accessibile causa l’innalzamento delle acque, compaiono i primi raggi di sole ed il panorama e’ veramente piacevole, qui la flora e’ completamente diversa, ci sono diverse piante di giunco spinoso, con cui naturalmente mi sono punto, di aglio odoroso e qualche raro esemplare di Plantago cornuti, in un angolo assolato vicino al fiume qualche esemplare di orchidea selvatica che iniziava la fioritura, un po’ tardiva ma quest’anno la primavera tarda ad arrivare. Arriviamo nella zona sinistra quella prospicente il mare, qui il suolo e formato prevalentemente dalle barene argillose con le tipiche vegetazioni alofile (amanti dell’acqua salata) come Limonium vulgare, Puccinellia festuciformis, Aster tripolium, Atriplex portulacoides, Inula crithmoides, Artemisia caerulescens. Le barene costituiscono una delle caratteristiche della laguna. Sono zone di terreno fangoso, completamente sommerse durante le alte maree, ma con le basse emergono a quote fra i 25 ed i 50 centimetri. Esse sono poste in linea verticale rispetto ai cordoni litorali e dividono, formando una specie di spartiacque, i bacini della laguna. Ci incamminiamo per un breve tratto sopra l’argine che porta a punta Spigolo, l’estremita’ della riserva, per osservare meglio i due ambienti umidi in quanto l’argine stesso e’ la sua barriera naturale, Matteo ci indica le velme, distese sabbioso-fangose emergenti soltanto nella fase di bassa marea, spesso tappezzate di vegetazione sommersa e percorse da ramificati e tortuosi canali di marea chiamati “ghebi” dove vive una  quantità sterminata di invertebrati fra cui predominano gli Anellidi (vermi) e svariate specie di molluschi e crostacei. L’area fangosa delle velme accoglie stormi di limicoli in alimentazione, tra cui osserviamo i chiurli (Numenius arquata, Numenius phaeopus), adottati anche quali specie simbolo della Riserva Naturale.

Upupa, Upupa epops

 Prima di fare ritorno abbiamo anche la fortuna di incontrare un upupa che solo i piu’ fortunati possessori di teleobiettivi lunghi (all’anagrafe Antonio, Maria e Simone) riescono a fotografare.

La visita guidata e’ stata molto interessante, anzi indispensabile; le preziose notizie di Matteo ci hanno fatto capire la complessita’ dell’area e della sua gestione, oltre a tutte le precise osservazioni sulle specie che abbiamo incontrato, abbiamo apprezzato la passione verso il proprio lavoro scientifico e quello di divulgazione attraverso le guide nei parchi, insomma una bella persona oltre che un preparato professionista, giunti al ristorante ci godiamo un aperitivo all’aria aperta e lo ringraziamo nuovamente prima di salutarlo.

La giornata e’ serena e calda, nessuno l’avrebbe immaginato visto l’anticipo di stamane, meno male! pranziamo con calma visto che abbiamo tutto il pomeriggio per rivedere alcuni punti della laguna  cercando sempre di cogliere l’attimo per portare a casa qualche buon scatto. Decidiamo tutti insieme di dirigerci verso la zona nord del parco, ricca di canneti e zona palustri prima di incontrare la campagna coltivata, sentiamo dei fotografi “mitragliare” dentro un capanno e ci avviciniamo curiosi per sapere chi sara’ mai la “preda”, era una schiribilla che probabilmente stava nidificando in mezzo al canneto per noi arrivati un po’ tardi solo il gusto di vedere l’animale nel monitor delle loro macchine….pazienza! Verso meta’ pomeriggio il caldo  si fa sentire, e non ci dispiace per niente, vedo tutti molto impegnati con le macchine fotografiche, le condizioni meteo sono perfette e vediamo molti animali finalmente le nostre schede di memoria cominciano a sudare! Risaliamo con calma fino al rifugio della Marinetta dove ci fermeremo per gli ultimi scatti, saliamo al piano superiore ci mettiamo comodi e cominciamo le osservazioni, qualcuno preso dalla stanchezza  riesce a schiacciare un mini pisolino ristoratore, la luce comincia a farsi piu’ calda e comodi sulle nostre postazioni non vorremmo mai lasciare il rifugio, purtroppo il gruppo deve rimettersi in viaggio per Bologna, io sono piu’ fortunato visto che devo percorrere solo una decina di chilometri.

Ultima bevuta al bar prima di ritornare alle nostre dimore, ci scambiamo i commenti e i racconti della giornata, vedo con piacere che il weekend e’ stato piacevole ed interessante per tutti quanti e ne sono molto contento, salutiamo la riserva della Cona e tutti i suoi abitanti,  le emozioni che ci ha regalato sono cosi’ preziose che vorremmo riviverle ancora, oltre alle fotografie scattate la riserva ci ha regalato un prezioso momento di crescita culturale in mezzo alla sua natura incontaminata, ci ha reso partecipi della sua vita, testimoni della sua bellezza, e consapevoli dell’importanza della sua salvaguardia, lezione che sicuramente non potremo dimenticare.
Arrivederci dunque….e a presto!