Di Marco Albertini

Ciao caro lettore!!!
Sei curioso di sapere come è andato il primo trekking fotografico del 2010? non stai nella pelle, non dormi la notte? vero?!?!…
Ecco allora che la tua curiosità sta per essere (ampiamente) saziata.

Ah prima però sono necessarie le presentazioni di rito:
Io sono Marco, il più giovane socio fondatore dell’associazione; insieme a Rosanna abbiamo avuto l’arduo compito di organizzare questo trekking; per entrambi è stata la prima esperienza.

Foto di gruppo Io sono il primo in basso a sinistra

Allora come destinazione di questa uscita abbiamo scelto le colline vicine a , che si trovano nella zona più settentrionale del , una riserva naturale di quasi 800 ettari protetti dalla Comunità Europea sia per la loro importanza geologica che per la straordinaria biodiversità che ospitano; infatti il sito è caratterizzato da una serie continua di rupi orientate a Sud-Ovest che formano un baluardo roccioso lungo circa 15 km che si estende dai pressi della confluenza del Torrente Setta nel Fiume Reno, a Sud di Sasso Marconi, fino al Torrente Idice a Est del Monte delle Formiche; comprende il “Sasso” di Sasso Marconi, , la Rocca di Badolo, Monte Adone e Livergnano ed è interrotto dalle valli dei torrenti Savena e Zena.

Tempo da lupi

Bene, dopo questa doverosa introduzione geografica veniamo a noi, come primo trekking dell’anno, considerate le poche ore di luce disponibili in questo mese e soprattutto l’appesantimento fisico causato dalle mangiate pre/post-natalizie, ho pensato fin dal principio che la scelta non poteva che cadere su un luogo vicino a Bologna, facilmente raggiungibile sia in macchina che in treno; la camminata inoltre non sarebbe dovuta essere troppo impegnativa, per cui ecco il percorso partorito dalle nostre menti in una gelida mattina di gennaio in un bar, davanti ad un cappuccino fumante: partenza da Sasso Marconi, salita sul versante Nord di Monte Mario lungo un sentiero di facile percorrenza per arrivare, dopo circa tre ore di marcia, in vetta dove avremmo pranzato con i classici panini; per il ritorno non si poteva scegliere altra strada se non quella dell’andata, visto che le alternative c’erano sì ma avrebbero comportato tempi di rientro eccessivamente lunghi.

Abbiamo fissato quindi ora e luogo di ritrovo: 8:30 nel parcheggio della stazione ferroviaria di Sasso Marconi; la speranza è quella di metterci in marcia per le 9.00.
I primi ad arrivare in treno sono i giovani, vale a dire il sottoscritto, Cinzia, Felicita ed Andreas; poi un po’ alla volta arrivano gli altri, Antonio e Maria Rosanna, Deanna, Mimma, Maurizio, Sonia e Daniele con ovviamente il loro cane Sheela al seguito, Fabio, Dora, Davide, Rossella, Aurelio e Pinuccia.
Dimenticato qualcuno??…Ci siamo tutti??Bene…si parte!!!

Ma, dopo pochi metri siamo già fermi, e non per scattare foto, nemmeno per osservare qualche animale selvatico, ma per la pausa-caffè nel primo bar aperto lungo la strada!!…e così, tra un cappuccino e una brioche, tocca a me illustrare brevemente l’ambiente che troveremo lungo il percorso: i depositi che compongono il Contrafforte sono tra i più recenti del territorio bolognese (hanno infatti un’età variabile tra i 5 e i 3 milioni di anni) e sono costituiti da tre litologie differenti:
– i conglomerati, simili a depositi ghiaiosi cementati tra loro, sono presenti soprattutto nella porzione più meridionale;
– le arenarie, sabbie cementate, sono di gran lunga la litologia predominante e si alternano a Sud con i conglomerati e Nord con le argille;
–  le argille sono presenti nella porzione settentrionale (zona di nostro interesse).
Questi aspetti, oltre alla presenza di numerosi macrofossili marini (in prevalenza molluschi) ed ai segni evidenti di antiche onde, correnti e piene dei fiumi, permettono di ricostruire quello che era l’ambiente naturale nella zona a Sud di Bologna all’epoca pliocenica.

Fossili marini tra le arenarie

Le formazioni rocciose che contraddistinguono questa area infatti sono rappresentate da terreni appartenenti al cosiddetto Bacino Intrappenninico Bolognese: un golfo marino dalle acque poco profonde dove arrivavano i sedimenti portati dai corsi d’acqua che, con direzione quasi parallela a quella dei corsi attuali, solcavano la neo-emersa catena appenninica.
Tali depositi alluvionali sono ora per la maggior parte coperti da relitti di bosco, campi e strutture antropiche ad eccezione delle aree dove le proprietà fisiche dei materiali che le compongono (predominanza delle argille) hanno permesso la formazione di aree calanchive (calanchi di Sabbiuno); un’altra zona in cui i depositi sono ben visibili coincide con il loro limite meridionale, dove, grazie all’azione di spinte tettoniche relativamente recenti, si è appunto costituito il terreno che andremo a calpestare!

Terminata la spiegazione possiamo davvero iniziare la camminata; alzando lo sguardo al cielo notiamo che la nebbia e la foschia che all’alba avvolgevano le cime delle montagne faticano a dissolversi, comunque lo scenario è suggestivo, un po’ misterioso forse … e almeno non piove!! La temperatura comunque è intorno a zero gradi, l’aria limpida e frizzantina…
Il primo tratto è poco interessante dal punto di vista naturalistico e fotografico, visto che si svolge lungo la strada asfaltata; inoltre il rumore della sovrastante autostrada A1 (che ci accompagnerà, purtroppo, per la prima parte del tragitto) ci impedisce quasi di parlare, ma c’è chi trova comunque spunto per commentare e fotografare la vecchia autostrada e la nuova, argomentando sul tempo che trascorre inesorabile, su ciò che c’era e su ciò che sarà … ma si sa, il freddo gioca brutti scherzi.
Dopo essere passati sul ponte del Fiume Reno e sotto quelli dell’autostrada svoltiamo prima a sinistra e poi subito a destra, imboccando il sentiero 122, entrando a contatto con la natura gli animi sono più rilassati, così, iniziando a camminare in fila indiana sul sentiero in leggera ma costante salita, cominciano a sentirsi i primi “click” delle macchine fotografiche, anche loro intorpidite dal clima rigido, in questo primo tratto di itinerario costeggiamo un prato ancora immerso nella rugiada mattutina, che attira l’attenzione di qualcuno di noi, così come un grande albero che presenta tantissime escrescenze sui rami, causa molto probabile di un malattia che non siamo in grado definire ne tantomeno curare!

Nel bosco

Ci troviamo ad affrontare tratti in cui il sentiero è diventato un piccolo ruscello, a causa delle piogge dei giorni scorsi e della natura argillosa del terreno, che si erode facilmente; tuttavia questa situazione non crea disagio al gruppo, che marcia spedito e sicuro (alè!!) fino ad una piazzola di sosta ai margini di una strada che sale dal fondovalle.
Approfittando della pausa molti si alleggeriscono l’abbigliamento, altri (praticamente tutti!!) curiosano tra i cancelli di una lussuosa villa, altri ancora non perdono occasione per fotografare l’edera, quel famoso arbusto sempreverde rampicante che aggiunge un tocco di colore ad un paesaggio altrimenti grigio ed uniforme; questa pianta infestante desidera posizioni fresche a mezz’ombra o ombra, terriccio di bosco leggero e ricco di humus; rappresenta inoltre un’indispensabile fonte di nutrimento per animali erbivori quali gli ungulati che durante l’inverno, quando il terreno è ricoperto dalla neve e gli alberi sono privi di foglie, sono in difficoltà nel recuperare il cibo..ne vedremo tantissimi esemplari lungo il tragitto: dalle piante giovani con le caratteristiche piccole foglie trilobate a quelle più anziane dal portamento rigoglioso, foglie più arrotondate e piccoli fiori verdi e bacche nerastre contenenti due o tre noccioli.

Antonio richiama la nostra attenzione o meglio il nostro udito per prestare, per l’appunto, orecchio al canto dei piccoli uccelli passeriformi che ci circondano: cinciallegra, cinciarella, passera scopaiola, picchio rosso maggiore, un piccolo e armonioso (e gratuito) concerto ci circonda..
Dovete sapere infatti che questo territorio è particolarmente ricco di avifauna grazie alla sua peculiarità geomorfologica e alla scarsa accessibilità di alcuni luoghi; sono presenti dieci specie di volatili di interesse comunitario tra le quali alcune nidificanti (come il falco pellegrino o l’albanella minore) o potenzialmente nidificanti (lanario, gufo reale); più o meno regolarmente nidificanti sono anche succiacapre, tottavilla, ortolano e averla piccola. Irregolare è l’avvistamento dell’aquila reale, mentre sono una ventina le specie di migratori abituali.

Riprendendo il cammino, cambia il numero del sentiero-ora occhio al 118, passo dopo passo notiamo diverse precoci fioriture di elleboro verde, pianta erbacea perenne dalle foglie palmate, caduche ma persistenti; attenzione che, nonostante il gradevole aspetto, è una pianta officinale ma velenosa se ingerita.

Elleboro verde

Dopo un paio di tornanti ecco che ci troviamo di fronte ad un antico arco di mattoni che lascia intendere la sua vecchia età, si tratta infatti di un pezzo dell’acquedotto romano; io e Rosanna sulla guida abbiamo letto che l’imbocco della condotta si trova lungo la riva destra del Torrente Setta, poco prima della confluenza con il Fiume Reno.

L’acquedotto, interamente scavato nella roccia e lungo 19 km, fu costruito alcuni anni prima della nascita di Cristo per rifornire Bononia di acque pulite e chiare visto che l’Aposa, unico fiume che attraversava la città, aveva acque limacciose, regime incostante ed oltretutto la sua portata non era più in grado di soddisfare i bisogni di una città in continua espansione.
Anche le acque del Reno non davano garanzie di potabilità, perciò gli ingegneri idraulici romani progettarono un’opera ardita e grandiosa per quei tempi: la costruzione di un tunnel interamente scavato all’interno delle colline che giungesse fin nel cuore della città.
L’acquedotto rimase attivo fino al IV sec d.C. quando, in seguito alle invasioni barbariche, gli abitanti di Bologna diminuirono e le opere di manutenzione (anche dell’acquedotto) furono abbandonate.
Per il suo ripristino si deve attendere il 1883, quando, in seguito all’accresciuto bisogno idrico della città, viene “riattivato” e reso di nuovo perfettamente funzionante.

Acquedotto romano

Potevamo noi fotografi lasciarci scappare l’occasione di immortalare un soggetto tanto allettante? Ovviamente no! e infatti sono state scattate tante foto prima di proseguire il cammino lungo il versante nord della montagna fino ad arrivare alla sella di Monte Mario, dalla quale possiamo godere di una spettacolare vista sulla valle del Torrente Setta (nonostante ancora un po’ di foschia); questa posizione panoramica viene sfruttata da tutti noi per consumare un veloce spuntino prima di affrontare l’ultimo tratto del percorso.

Parete sud contrafforte Monte Mario

Inoltre, essendoci affacciati su un versante sud, faccio notare come cambia la vegetazione: la diversificazione morfologica e litologica, il forte contrasto tra le falesie assolate e le profonde incisioni vallive orientate a settentrione determinano infatti una notevole variabilità d’ambiente con una serie di habitat rocciosi, forestali e di prateria nettamente differenziati tra estremi opposti; dalla rupe arida con vegetazione mediterranea al versante boscoso fresco con elementi dell’alto Appennino, dal terreno sabbioso e acido alla zona argillosa compatta e ricca di basi.
La scarsa accessibilità di alcuni settori ha permesso inoltre la conservazione della flora rara in condizioni di vero e proprio rifugio ecologico.

Ecco quindi che sui versanti meridionali vegetano querceti dominati da roverella ed orniello; si tratta di boschi non molto densi e quindi caratterizzati da un sottobosco luminoso e ricoperto di graminacee (spesso arricchito dalle fioriture di giglio rosso) e ricco di arbusti come il citiso, l’emero e il ligustro.
Nelle stazioni più calde si possono anche rinvenire alcune specie caratteristiche della vegetazione mediterranea come il leccio, la fillirea, l’erica arborea e l’alaterno.
I versanti settentrionali ospitano invece boschi piuttosto degradati, dominati dal carpino nero, dove compaiono anche acero opalo, maggiociondolo, nocciolo e ciavardello.
In questi boschi molto spesso è presente ed a volte dominante il castagno, che un tempo era coltivato ed ora risulta sub spontaneo. Non mancano esemplari di faggio, agrifoglio e tasso, rara aghifoglia microterma localizzata in alcune aree particolare nelle aree più fresche. Tra le specie erbacee più vistose adatte ad identificare questo aspetto della vegetazione si possono segnalare l’anemone, la scilla, il bucaneve e il giglio martagone.
Durante il tragitto abbiamo inoltre avvistato diversi esemplari di pungitopo comune e di rosa canina, piante facilmente riconoscibili in questo periodo dell’anno (in cui ci sono pochi colori nel paesaggio) per i loro vistosi frutti rossi costituti da bacche rosse e tondeggianti.

Galla

Dopo questa parentesi naturalistica è giunto per noi il momento di affrontare l’ultimo tratto del percorso imboccando il sentiero 110 per “conquistare” la vetta, ma questo avviene in modo insolito!!! Già perché Rosanna ed io proponiamo di camminare sotto il bosco, lungo il sentiero sì ma in completo silenzio e distanziati gli uni dagli altri, in modo da poter apprezzare tutta la magia della natura, coglierne ogni suo suono e osservare ciò che ci circonda con orecchie ricettive ed occhi attenti, alzando la propria soglia di percezione, un’esperienza emozionante!!

Giunti in prossimità di un bivio svoltiamo a destra per affrontare la salita a Monte Mario, dove dalla segnaletica abbiamo imparato che c’è un presepe. Intanto in questo ultimo tratto il sentiero è più ripido ma la fatica è ampiamente ricompensata dalla stupenda veduta che ci accompagna sulla sinistra: lo sguardo può spaziare dalla valle del Reno a quella del Setta, dal Parco Regionale Storico di Monte Sole alla Rocca di Badolo. In pochi minuti arriviamo in cima, dove troviamo effettivamente un presepe alla base di un albero ricoperto di verde muschio.
Così, approfittando di uno dei pochi spazi pianeggianti, ci sediamo per terra, chi qui chi là ma c’è anche chi preferisce mangiare in piedi; dagli zaini saltano fuori panini, biscotti, frutta fresca, frutta secca, cioccolate … buon appetito!!!

Monte Sole da Monte Mario

Mentre ci gustiamo la meritata “ricompensa” ci scambiano chiacchiere si sentono risate e Antonio ne approfitta per una mini-lezione di macrofotografia … ci si rilassa e si scatta una foto di gruppo.

Monte Mario già punto di fortificazione medioevale per garantire il controllo del territorio bolognese, conserva ancora ben visibili le piccole trincee, da poco recuperate, realizzate dai tedeschi nell’autunno ed inverno del 1944; nell’aprile del 1945, dopo la caduta degli avamposti della Linea Gotica (Monterumici, Brento e Monte Adone) Monte Mario venne abbandonato, praticamente senza combattere, dall’esercito tedesco ormai destinato alla rotta.
Osservando questi solchi nel terreno è inevitabile per la mente porsi tante domande sul passato di questa terra. Purtroppo, il tempo (meteorologico) sembra peggiorare e la pausa-pranzo ci ha raffreddati, per cui zaini in spalla e si torna a valle!!
Ritornati alla sella ci fermiamo per godere del sole che inaspettatamente è riuscito a farsi strada tra le nuvole e che ora ci scalda col tepore, approfittiamo dalla piacevole sorpresa anche per fare delle foto con una luce diversa, giocando con le ombre create da rami ed alberi.

Un raggio di sole ci scalda per qualche minuto

Ripreso il cammino, con il gruppo un po’ sfilacciato arriviamo dopo circa un’ora e poco prima del tramonto al bar di partenza per rifocillarci con una calda, gustosa ed appagante cioccolata in tazza con panna!!

Natura, fotografia e allegria sono sempre la nostra compagnia.